Il giorno della Sagra (parte II)./ The day of Rite (part II)

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Leopold Stokowski

In particolare la Sagra sembra piacere maggiormente quando viene eseguita solo come brano da concerto. Il debutto a S. Pietroburgo del 1914 con Kussevitzky, e l’esecuzione londinese diretta da Eugene Goossens nel 1921 testimoniano questo dato di fatto, così come il successo che saluta
lo sbarco negli Stati Uniti negli anni venti che vede la doppia firma direttoriale di Leopold Stokowski. Il direttore inglese a Philadelphia nel 1922 propone la Sagra in forma di concerto e nel 1930 accompagna la coreografia di Massine in una produzione con protagonista Martha Graham. Sempre di Stokowski è la prima registrazione americana del lavoro realizzata per RCA a Philadelphia nel 1929/ 30, più o meno contemporaneamente alle registrazioni europeee di Monteux con l’Orchestra Sinfonica di Parigi e di Stravinskij medesimo con l’orchestra di Walther Straram. Sarà anche per questo motivo che nel 1939 quando Stokowski e Disney adattano la Sagra per il film d’animazione Fantasia, Stravinskij va su tutte le furie per il lavoro sartoriale compiuto da Leopold sulla sua musica! Comunque il film disneyano resta un grande veicolo per la partitura e ancora oggi per molti le immagini dei dinosauri e delle loro lotte per la sopravvivenza sono lo sfondo ideale alle note stravinskiane.
Il Teatro alla Scala di Milano vede per la prima volta il balletto nel 1948 sempre nella coreografia di Massine e con nuovi scenari di Roerich dirige Nino Sanzogno, mentre il Bolshoi di Mosca deve addirittura attendere il 1965 per assistere a una produzione in chiave realistico-socialista del balletto coreografata dalla coppia Kasatkina/ Vassiliev. Nel frattempo però coreografi contemporanei hanno portato nuove visioni alla partitura: Bejart (Brussels 1959), MacMillan (Covent Garden anni ’60) e successivamente Pina Bausch negli anni ’70.
Il cerchio si chiude negli anni ’80, quando dopo lunghe ricerche sulle fonti autografe e interviste ai protagonisti la coreografa Millicent Hodson in coppia con Kenneth Archer riesce a ricostruire la coreografia originale di Nijinsky, che viene data in prima moderna dal Joffrey Ballet nel 1987 a Los Angeles.
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Walt Disney/ Igor Stravinsky
Especially the Rite seems to like at the public more when it is performed only as a concert piece. His debut in S. Petersburg in 1914 under the conducting of Kussevitzky, and the London performance under Eugene Goossens in 1921 testify to this fact, as well as the success that greets the landing in the United States in the twenties with the double signature of Leopold Stokowski. The English born conductor performed the Rite in concert in Philadelphia in 1922, and in 1930 accompanied the choreography by Massine in a production starring Martha Graham.
Stokowski is also the conductor of the first American recording of the work made for RCA in Philadelphia in 1929/30, more or less simultaneously with the european recordings made by Monteux with the Symphonic Orchestra of Paris and Stravinsky himself with the Walther Straram Orchestra. It will be also for this reason that in 1939 when Stokowski and Disney fit the Rite for the animated film Fantasia, Stravinsky goes on a rampage for the tailoring work accomplished by Leopold on his music! However, the Disney film will be a great vehicle for the score and still today for many people the images of the dinosaurs and their struggles for survival are the perfect backdrop to Stravinsky’s score.
In 1948 Teatro alla Scala of Milan see for the first time ever the ballet with Massine’s choreography and new scenarios of Roerich, while the Bolshoi should even wait for 1965 to attend a production in socialist-realistic key of the ballet choreographed by the couple Kasatkina / Vassiliev. In the meantime, however, contemporary choreographers have brought new insights to the score: Bejart (Brussels 1959), MacMillan (Covent Garden 60s) and then Pina Bausch in the 70s.
The circle is closed in the 80s, when after a long research on autograph sources and interviews with key players choreographer Millicent Hodson paired with Kenneth Archer was able to reconstruct the original choreography by Nijinsky, which is given in first modern performance by the Joffrey Ballet in 1987 Los Angeles.

Nijinsky
La sagra coreografia di Nijinsky
La partitura divisa in due parti intitolate rispettivamente L’Adorazione della terra e Il sacrificio dura complessivamente poco più di 30 minuti: si apre con un solo di fagotto nel registro acuto basato su un tema popolare lituano e si chiude brutalmente con un improvviso accordo dissonante preceduto da una scala ascendente dei legni. Per molti anni sembra che Stravinsky abbia cercato, nei numerosi rimaneggiamenti alla partitura operati, di trovare un finale diverso, senza però mai ottenere un effetto più convincente. Dal punto di vista della scrittura armonica la partitura ha una base tradizionalmente diatonica (non è quindi cromatica alla Wagner o dodecafonica alla Schoenberg), che viene portata al punto di rottura dalla sovrapposizione di accordi tonalmente differenti e dall’utilizzo di modi arcaici e scale penta, esatonali e ottatoniche. Anche dal punto di vista ritmico Stravinsky forza prepotentemente i vincoli della tradizione sovrapponendo ritmi diversi e attuando uno spostamento delle accentuazioni che destabilizzano in maniera ancora più violenta rispetto alle dissonanze un ascoltatore spesso preso in controtempo. Il risultato è una partitura che fa di un’ostinazione ritmica e tematica irregolari il suoi tratti salienti e unificanti, nella quale si vedono gli àuguri del serialismo e addirittura del minimalismo.
L’ascolto che vi propongo vede protagonista uno degli ultimi pupilli di Diaghilev: Igor Markevitch.

The Rite of Spring lasts just over 30 minutes and is divided into two parts entitled respectively The Adoration of the Earth and The Sacrifice: it opens with a bassoon’s solo in the high register based on a popular Lithuanian melody and closes abruptly with a sudden dissonant chord preceded by an ascending scale of the woods. For many years it seems that Stravinsky has sought, in the many changes to the score operated, to find a different ending, but he was never able to find a more convincing one. From the point of view of harmonic writing the score has a traditionally diatonic base (not chromatic like Wagner or dodecaphonic as Schoenberg), which is brought to the breaking point by the superposition of chords tonally different and by the use of archaic modal tone and five, six and eight notes harmonies. From the point of view of rhythm Stravinsky force strongly the bonds of tradition overlaying different rhythms and implementing a shift of theaccents that
destabilize even more violently than the dissonances a listener often taken backbeat. The result is a score unified by the use of irregular rhythmic and thematic obstinacy, in which you can see the good wishes of serialism and even minimalism.
The listening I suggest here is conducted by Igor Markevitch, one of the last artistic discovery of Diaghilev.

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